La situazione economica globale e locale • Roberto Simonetti

La situazione economica globale e locale

Inserita sabato, 9 Giugno 2012 | da: roberto simonetti
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Gentile Direttore volevo provare ad approfondire un dibattito su come la situazione economica nazionale ed internazionale si interfaccia con quella locale.
Ci troviamo in un momento di grande cambiamento economico mondiale, in cui le situazioni burocratiche, istituzionali, bancarie e di rapporti esteri si intrecciano fra loro. Siamo di fronte a un nuovo ordine economico mondiale,
in cui negli ultimi vent’anni il mondo occidentale ha cambiato l’economia
globale. Si è voluto creare un’area economica, il cosiddetto «occidente
economico», che comprende Stati Uniti ed Europa, che è rimasta un’area di
consumatori, ma che ha delocalizzato non tanto le produzioni, quanto
l’industrializzazione, trasferendo così le sue capacità industriali in un’altra area
del pianeta che sì è diventata industrializzata, ma non è ancora diventata
un’area economica di consumatori. Si è spaccato il mondo in due: un’area di
consumatori non più produttori e un’area di produttori non ancora
consumatori.
Questo ha portato le finanze pubbliche occidentali e soprattutto quelle
italiane in difficoltà perché nel rapporto debito/ prodotto interno lordo, il
numeratore è aumentato per il costo dello Stato, mentre il denominatore è
diminuito a causa di una minore produzione.
Debito nazionale che incide nelle politiche economiche perché per coprirlo
hanno voluto aumentare vertiginosamente la pressione fiscale che ora è al
54% del pil.
Debito pubblico però che è da spacchettarsi per avere una valutazione seria
della situazione. Lo stesso deve dividersi in debito dello Stato, dei sistemi
industriali, delle banche e delle famiglie. Nella somma di questi fattori infatti
l’Italia non è messa così male: noi siamo al 320% del pil, la Francia al 380%,
la Germania al 300%, la Spagna al 400% e l’Inghilterra al 540%.
Ciò significa che il risparmio privato, molto elevato, può essere volano per il
rilancio delle piccole e medie imprese, vero ed unico motore dello sviluppo
dell’economia.
Allargando lo sguardo vediamo però che se negli Stati Uniti il debito era
privato ed è stato nazionalizzato attraverso il subentro dello stato nelle
banche creditrici, in Europa il debito è pubblico e si sta cercando di
privatizzarlo attraverso l’emissione di titolo di stato. L’intervento europeo
però si differenzia da quello statunitense in quanto la liquidità della Fed
americana è stata utilizzata per creare ripresa perché rilasciata all’impresa,
mentre da noi i fondi della Banca Centrale Europea sono stati concessi alle
banche che li hanno utilizzati per auto garantirsi le proprie obbligazioni in
scadenza, senza quindi elargirlo come impiego alle imprese e alle famiglie.
Infatti 700 miliardi su 1000 erogati sono stati allocati in titoli e non in prestiti.
E i restanti sono pressoché fermi perché il sistema bancario italiano è
bloccato per la sua rigidità di iniziativa dovuta al fatto che il credito è retto da
soli tre grandi gruppi, Unicredit, Intesa San Paolo e Monte Paschi, che
schiacciano le piccole banche del territorio, le banche popolari, senza però
sostituirsi ad esse nel sostegno e nella conoscenza dell’economia locale. Così
le Pmi, non capitalizzate, che non possono emettere bond per la ricerca
autonoma di capitali, non ottengono la fiducia del grande credito perché sono
imprese famigliari ed il sistema creditizio non è strutturalmente organizzato
per conoscere le vocazioni dei singoli, preferendo il rapporto con la grande
impresa però oramai decotta.
Ecco che si concretizza il corto circuito in cui viviamo.
La delocalizzazione ha creato minore produzione, il debito pubblico è
aumentato senza creare ricchezza ma solo spesa e i finanziamenti non
arrivano alle imprese con un aumento della tassazione per sanare il buco
pregresso . Come uscirne.
Puntando tutto sulle Pmi, leader mondiali in nicchie di produzione, mediante
la creazione di strutture creditizie in grado di fornire loro risorse,
patrimonializzarle, fornendo loro supporto per elaborare piani operativi di
crescita, certificandone i bilanci.
Monti avrebbe dovuto elaborare nell’immediato un grande sostegno alle Pmi
coinvolgendo per esempio Confidustria per individuare migliaia di imprese da
ricapitalizzare creando sviluppo e occupazione. Dobbiamo investire in
innovazione e ricerca, benché le risorse per questi capitoli furono tagliate già
a partire dalla realizzazione dell’ Euro come moneta unica, creare
competitività e snellire lo Stato, proprio in contrapposizione al mercato
liberto ed aperto in cui si deve operare.
Di questo scenario mondiale il biellese ne è colpito in molte parti: il fattore
industriale per la delocalizzazione, la deindustrializzazione e la concorrenza
asiatica, quello bancario per la situazione particolare di Biverbanca con Monte
Paschi, il fattore di competitività territoriale infrastrutturale.
Su questi temi si devono impostare le dinamiche di gestione degli enti di
primo e secondo livello, delle organizzazioni di categoria.
A breve vi sono scadenza importanti nel biellese. Credo fiduciosamente che il
territorio non si incarterà nelle vecchie logiche di mera rappresentanza ma
che i singoli ruoli saranno ricoperti da persone la cui mission sarà
propedeutica a costruire una visione d’insieme per il biellese del futuro.
On. Roberto Simonetti
Lega Nord Padania


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