Disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 216 del 2011: Proroga di termini previsti da disposizioni legislative del 26/01/2012 • Roberto Simonetti

Disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 216 del 2011: Proroga di termini previsti da disposizioni legislative del 26/01/2012

Inserita sabato, 9 Giugno 2012 | da: roberto simonetti
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ROBERTO SIMONETTI. Signor Presidente, intervengono anche io sul complesso degli
emendamenti che abbiamo presentato e che sono già stati più volte illustrati durante le riunioni delle
Commissioni che si sono susseguite nel corso di questa settimane e della precedente.
Volevo portare di nuovo in dote al Parlamento che quanto noi abbiamo richiesto al Governo e alla
maggioranza fosse approvato, ma così purtroppo non è stato. Uno dei temi sul quale abbiamo
puntato l’accento, oltre a quelli che ovviamente sono già stati illustrati e a quelli che verranno
illustrati successivamente, è quello di prorogare i termini di almeno 24 mesi per la delega in materia
di riorganizzazione della distribuzione nel territorio degli uffici giudiziari. Nell’ultima manovra
varata dal precedente Governo Berlusconi avevamo dato una delega al Governo affinché venisse
nominata una commissione consultiva ministeriale che operasse una revisione, in accordo con tutti i
territori, finalizzata a una migliore redistribuzione degli uffici giudiziari nel territorio e affinché tale
revisione, tenuto conto della diminuzione della spese e della necessità di non privare i territori
dell’efficace presenza del Ministero della giustizia e di tutte quelle soddisfazioni che i cittadini
hanno nei confronti dell’amministrazione giudiziaria, venisse realizzata in maniera oculata,
pertinente e precisa. Poiché 12 mesi di tempo per noi possono essere considerati troppo pochi per
poter attuare una oculata e condivisa riorganizzazione sul territorio degli attuali uffici giudiziari,
avevamo proposto l’aumento del termine a 24 mesi. Purtroppo questa opzione non è stata
considerata intelligente e speriamo che nel prosieguo della legislatura altri provvedimenti possano
inglobare questa finalizzazione.
Si parla molto di PIL e di aumento della possibilità delle imprese di poter dare soddisfazione ai
propri lavoratori. Per questo avevamo proposto e continuiamo a proporre la proroga della
detassazione dei contratti di produttività.
Questa è una parte fondamentale per i datori di lavoro, che possono, quindi, dare soddisfazione non
solo a tutte quelle maestranze che si adoperano per il bene dell’impresa, ma anche all’imprenditore
stesso, in modo da pagare una minore tassazione sulla produttività maggiore che i lavoratori danno.
Il concetto di differenziazione di categorie sociali, che differenzia l’imprenditore rispetto alle
maestranze, oramai, è finito. Prima, ed anche ieri, si è parlato in quest’Aula dei suicidi di questi
imprenditori a causa del fatto che essi non riescono più a soddisfare le richieste dell’azienda né a
pagare le commesse, perché hanno crediti da esigere, che non riescono ad esigere. Ciò fa sì che vi
sia un unicum fra imprenditore e maestranze: le maestranze, quindi, non si sentono più divise da
una lotta di classe, ma vogliono anch’esse far parte dell’attività di produzione dell’impresa, perché
sanno che, se non c’è impresa, ovviamente, non può esserci salario.
È inutile pensare di continuare con un assistenzialismo peloso per dare, giustamente, un
ammortizzatore sociale a tutti quei lavoratori che non vengono più a trovar soddisfazione di un
posto di lavoro. Ma è chiaro che i posti di lavoro non si creano per legge, ma si creano attraverso la
possibilità di creare imprese e, quindi, lavoro. La detassazione dei contratti di produttività era un
metodo intelligente ma, purtroppo, anche questo non è stato evaso da questa maggioranza.
Con riferimento al tema dei risparmi, una delle prerogative per il pareggio di bilancio è di diminuire
le spese pubbliche, aumentando il PIL o diminuendo il debito e, quindi, le spese pubbliche. Come
fare per diminuire le spese pubbliche? Bisogna cercare dei capitali privati che vadano a coprire, per
esempio, i «buchi» di bilancio di Roma Capitale che nella patrimonializzazione di 600 milioni di
immobili derivanti dalla dismissione degli immobili della difesa ha un capitolo molto importante
delle sue entrate.
Perché continuare a prorogare i termini affinché il comune di Roma Capitale possa ricevere degli
introiti da privati attraverso le dismissioni, al posto che sia lo Stato a supplire a questa mancanza di
attività accelerata di ricerca di capitali privati? Con il provvedimento «milleproroghe» si aumenta di
un ulteriore anno la possibilità di accedere a tali dismissioni: noi abbiamo cercato di ridurre questa
proroga almeno a sei mesi, in modo da rendere efficace quanto era stato previsto da una manovra
voluta anche dalla Lega. Se Roma Capitale non ha i soldi per coprire i suoi «buchi» non venga a
chiederli a Pantalone, ma vada a chiederli ai privati attraverso una dismissione di beni della difesa.
Un altro tema importante che la Lega Nord ha sottoposto all’attenzione del Governo era quello
dell’indebitamento degli enti locali. Mi spiego meglio. Da quest’anno, la legislazione impone per gli
enti locali un tetto di indebitamento dell’8 per cento nel rapporto fra gli interessi e le entrate
correnti. Questi sono livelli che non consentono ad alcun ente locale di accendere dei mutui e,
quindi, di poter eseguire nessuna opera di investimento. Non ci saranno più spese in conto capitale,
non ci saranno più opere di investimento.
Questo significherà esclusivamente un minor PIL indiretto, perché gli enti locali non avranno più la
possibilità di spendere e, pertanto, le imprese non avranno più la possibilità di lavorare.
Ricordiamoci tutti che costruire le strade, mettere a posto le scuole, costruire gli asili non significa
creare debito, ma significa creare investimento e PIL. Questo è un ragionamento che, purtroppo, il
Governo non ha capito e, pertanto, ci ritroveremo con un blocco totale degli investimenti pubblici a
livello territoriale.
È già stato ricordato, ma io voglio imperniare maggiormente il mio intervento sulla proroga che ho
personalmente richiesto, insieme ai colleghi, con emendamenti vari e pertinenti legati al tema delle
province.
Adesso ci troviamo in una situazione paradossale: siamo partiti, durante questa legislatura, con
l’intenzione di compiere una revisione delle circoscrizioni provinciali, degli enti provincia, la quale,
dopo un dibattito molto importante in tutte le Commissioni, ha portato alla stesura di un testo di
modifica costituzionale dell’articolo 133, affinché le regioni potessero avere il titolo legislativo per
ridisegnare, sul loro territorio, i confini dei nuovi assetti provinciali: ciò proprio per riuscire a dare
soddisfazione anche all’opinione pubblica, che vuole una migliore redistribuzione delle competenze
degli enti intermedi, e per dare soddisfazione anche a tutti coloro che dicono che la politica costa
troppo. Anche se, a mio avviso, i tagli della politica – come vedremo – andrebbero fatti altrove e non
negli istituti provinciali.
Abbiamo proposto vari emendamenti, che vanno dalla proroga delle scadenze per le
amministrazioni provinciali, che entro quest’anno dovrebbero rinnovare i propri organi, ma che
vengono commissariate a seguito del decreto-legge Monti, fino all’emendamento che addirittura
proroga tutto in funzione dell’avvenuta modifica costituzionale di cui ho parlato precedentemente, la
quale è depositata al Senato ed è ferma presso le Commissioni pertinenti.
Ricordo, altresì, che in questo ramo del Parlamento, presso la I Commissione (Affari costituzionali)
è stato istituito un Comitato ristretto, che deve lavorare sulle proposte di legge di modifica
costituzionale,le quali portino non alla soppressione tout court degli enti provincia, ma ad una
revisione costituzionale che dia la possibilità alle regioni di crearsi una struttura territoriale in linea
con le proprie esigenze.
PRESIDENTE. Onorevole Simonetti, la invito a concludere.
ROBERTO SIMONETTI. Le chiedo ancora un minuto, signor Presidente, per evidenziare che le
province rappresentano, per il costo della spesa pubblica complessiva, solo l’1,35 per cento della
spesa dello Stato. Fate conto che, su 813 miliardi di euro della spesa pubblica, le province ne
rappresentano solo 11 miliardi, appunto l’1,35 per cento.
Il costo delle società partecipate e dei consorzi è una cifra esagerata in confronto al costo delle
province. Per questo sarebbe, invece, opportuno che il Governo provvedesse a dare attuazione
anche a quegli emendamenti – già approvati nei testi del Ministro Calderoli – i quali andavano,
appunto, a cancellare tutte quelle società e quei consorzi. Ciò al fine di riportare queste deleghe alle
province, le quali svolgono un lavoro di area vasta e di coordinamento del territorio, ed eliminare
così quelle spese che noi consideriamo – quelle sì – inutili, quali tutti i consigli di amministrazione e
i rimborsi spese che caratterizzano quei faraonici e burocratici enti.
I piccoli comuni…

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