Decreto-legge n. 93 del 2008: Disposizioni urgenti per salvaguardare il potere di acquisto delle famiglie 23/06/2008 • Roberto Simonetti

Decreto-legge n. 93 del 2008: Disposizioni urgenti per salvaguardare il potere di acquisto delle famiglie 23/06/2008

Inserita venerdì, 8 Giugno 2012 | da: roberto simonetti
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ROBERTO SIMONETTI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, membri del Governo, voglio
nuovamente ripetere il titolo in quest’Aula del decreto-legge n. 93 del 2008, perché a nostro avviso
anch’esso rappresenta un fiore all’occhiello: disposizioni urgenti per salvaguardare il potere di
acquisto delle famiglie. Per noi si tratta di una meta fondamentale della nostra azione politica.
Noi stiamo discutendo la conversione in legge di questo decreto-legge, che nasce con lo spirito di
contenere le difficoltà economiche dei cittadini e di cercare di rilanciare il volano dell’economia. Da
sempre il punto cardine dell’azione politica della Lega Nord è la difesa delle prerogative della
famiglia. È chiaro, quindi, che per la difesa di questo istituto fondamentale per la salvaguardia della
nostra società occidentale – la famiglia, perno della nostra società – si devono mettere in atto
iniziative anche in campo fiscale, affinché essa abbia la possibilità di affermarsi, di svilupparsi e di
vivere dignitosamente.
Risulta quindi di primaria importanza intervenire laddove la famiglia nasce: la famiglia nasce dove
c’è una casa, la prima casa di abitazione. Senza un tetto non vi è famiglia, non vi sono figli. Prima
taluni sostenevano che era meglio intervenire quando nascono i figli, ma senza una casa i figli non
nascono: questo è pacifico.
Addirittura, non vi è neanche sviluppo se non vi è un’abitazione. Attorno alla realizzazione e al
mantenimento della prima casa ruotano molte parti della crescita della società: nuove famiglie,
nuova natalità, economia che si manifesta, progresso nel senso più lato.
Ecco quindi che la primissima azione che la Lega Nord, con la maggioranza tutta, vuole attuare è
quella di manifestare politicamente ed economicamente questa visione del mondo, in cui l’individuo
non è un singolo lasciato da solo, ma è parte essenziale della società.
Esenzione ICI sulla prima casa, abbassamento della rata del mutuo per la prima casa: taluni
sostengono che non è con questi provvedimenti – lo abbiamo sentito anche oggi in Aula – che si
risolvono i problemi delle famiglie. Trovo che queste siano delle affermazioni fuori dal mondo e
fuori da ogni logica, lontane anni luce da ciò che la gente pensa e che ci trasmette quando siamo sul
territorio: chiedono a noi, come classe politica, semplicemente di poter vivere tranquillamente in
casa propria, senza considerare la stessa come un privilegio, ma come un bene che è stato ottenuto
grazie a mille sforzi, in mille difficoltà, con tanto impegno e soprattutto sacrificio. A quasi nessuno
la prima casa è stata regalata. Stiamo parlando della casa di abitazione, luogo unico e
imprescindibile per la formazione di una famiglia, non delle seconde case o delle ville al mare.
Inoltre, dal provvedimento sono state escluse le abitazioni che rientrano nelle categorie catastali A1,
A8 e A9 che – lo ricordo – sono gli appartamenti signorili, le ville e i castelli, proprio per venire
incontro alle esigenze delle fasce più deboli della società. Da quando è stata introdotta nel nostro
ordinamento, l’ICI è stata sempre considerata dai cittadini come una tassa ingiusta, perché va a
colpire direttamente un bene primario qual è la casa e perché si configura come una vera e propria
tassa patrimoniale, che è di per sé odiosa e, dal mio punto di vista, aggiungerei anche iniqua. Tra
l’altro, è un tassa anche poco costituzionale perché secondo me si avvicina veramente poco
all’articolo 53 della Costituzione che recita: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in
ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario» si aggiunge «è informato a criteri di
progressività». Sottolineo il termine «progressività», perché l’ICI è tutto, tranne che una tassa
progressiva: a parità di reddito personale, infatti, la stessa unità immobiliare di proprietà di persone
con differenti redditi, viene tassata allo stesso modo, proprio perché si va a tassare il patrimonio e
non la capacità contributiva del proprietario. Quindi, non mi pare molto in linea con la progressività
sancita dalla Costituzione italiana. La risposta che talvolta viene fornita a questa mia riflessione è
che tanto con l’IRPEF tutto si calmerà e che l’IRPEF è progressivo. Se è così allora andiamo avanti,
togliamo l’ICI e i balzelli locali e diamo una compartecipazione pesante, forte e cospicua agli enti
locali, in modo tale da attuare subito il federalismo fiscale; facciamo in modo che le ricchezze
prodotte in loco rimangano immediatamente lì, senza avere ulteriori trasferimenti e senza che gli
enti locali abbiano necessità di imporre delle addizionali o nuove tasse, come l’ICI, per riuscire a far
fronte alle spese ordinarie e straordinarie. Non è con l’ICI che si può considerare attuata, come
dicevo prima, una fiscalità federale, ma è solo con il trattenimento alla fonte dei redditi prodotti in
loco che il federalismo fiscale prende corpo.
Vi è di più: l’ICI fu introdotta dal Governo Amato, con il decreto legislativo n. 504 del 1992, a
decorrere dal 1o gennaio 1993 e sostituì l’ISI (Imposta straordinaria sugli immobili) – che da
straordinaria è diventata, di fatto, ordinaria – con l’aliquota fissata al 3 per mille del valore dei beni
soggetti ad imposta. Con il decreto legislativo di riordino della finanza locale, il Governo trasformò
quindi un’imposta straordinaria in imposta definitiva sugli immobili, al fine di garantire risorse
finanziarie autonome ai comuni, riducendo però, contestualmente, di pari importo, le risorse
precedentemente garantite dai trasferimenti statali a carico del bilancio dello Stato. Si è trattato,
quindi, di un’imposta aggiuntiva per il cittadino, non certo sostitutiva. Di conseguenza, l’autonomia
finanziaria dei comuni è stata conseguita mediante l’aumento di fatto della fiscalità a carico dei
contribuenti. Lo Stato, infatti, ogni anno incassa da ciascun comune il gettito che è stato garantito in
sede di prima applicazione dell’ISI, mentre i comuni, nonostante il maggiore peso fiscale a carico
dei cittadini, non hanno avuto alcun incremento di risorse finanziarie, salvo quello garantito
dall’eventuale aliquota superiore al minimo. Ne deriva, dunque, che questo meccanismo ha
ingiustamente premiato quei comuni che hanno garantito un minor gettito ISI, corrispondente ad
una minore detrazione dei trasferimenti erariali. Pertanto, chi ha evaso è premiato tutti gli anni, chi
ha pagato continua pagare: altro che federalismo fiscale in capo all’ICI!
In sede di esame del disegno di legge di conversione del decreto-legge, abbiamo voluto migliorare il
testo iniziale mediante la posizione di garanzie certe per i comuni e di un premio per quelli virtuosi.
Inoltre, sui temi condivisi si è voluto creare un clima collaborativo rispetto alle iniziative
emendative presentate dalla minoranza; pertanto, abbiamo scelto la strada di non presentare
emendamenti e abbiamo preferito accogliere alcune proposte condivise. Ricordo, fra queste, quella
per cui non vi saranno sanzioni per tutti i contribuenti che hanno omesso di pagare, o hanno pagato
erroneamente, la prima rata d’acconto dell’ICI relativa al 2008, in modo tale che entro trenta giorni
dall’entrata in vigore del provvedimento in discussione abbiano la possibilità di regolarizzare la loro
posizione senza incorrere in sanzioni. Resta il blocco delle addizionali, ma per gli enti locali che
sforano il patto di stabilità scatteranno le maggiorazioni automatiche previste dalla legge finanziaria
2007. Si prevede, inoltre, che l’inclusione delle pertinenze nella casa di prima abitazione possa
essere prevista non solo dai regolamenti, ma anche dalle delibere comunali in modo tale da
agevolare ogni singola posizione locale.
Con riferimento al rimborso ai comuni per il mancato gettito ICI è specificato che, dopo la
deliberazione della Conferenza Stato-città, il decreto del Ministero dell’interno dovrà essere varato
entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione. Ciò significa dare
sostanzialmente una data certa ai comuni affinché possano introitare il mancato incasso derivato
dall’esenzione della prima casa dall’ICI.
È, inoltre, specificato che la restituzione del rimborso deve avvenire tenendo conto dell’efficienza
nella riscossione dell’imposta, del rispetto del patto di stabilità interno per l’esercizio 2007 e della
tutela dei piccoli comuni. Inoltre, è stato anche abolito il contributo per l’IFEL-ANCI.
Quando dico che ciò deve avvenire tenendo conto dell’efficienza della riscossione dell’imposta, per
noi della Lega Nord significa richiedere sostanzialmente che sia trasferito l’incassato 2006 o 2007 in
modo tale da dare un volume certo, così da premiare tutti i comuni che fanno pagare l’ICI, hanno
fatto accatastare le loro abitazioni e provvedono ad emettere cartelle esattoriali qualora il
contribuente non paghi, in modo tale da non dover ricorrere a bilanci preventivi talvolta gonfiati e
non rispecchianti la realtà dei fatti.
Taluni, a livello giornalistico (ma anche in Aula oggi) hanno criticato il provvedimento perché gli
accatastamenti in essere non garantivano, secondo loro, l’esclusione dell’applicazione dell’esenzione
per taluni immobili, vale a dire chiedevano l’applicazione del decreto ministeriale n. 1072 del 1969
sulle caratteristiche delle abitazioni di lusso per abitazioni in luoghi storici che non erano classate in
categoria A 1, A 8 e A 9, classi che non rientrano nell’esenzione.
A mio avviso, l’unico metodo per poter accertare l’esenzione o meno di un’abitazione è quello del
classamento catastale. Se alcuni comuni non hanno provveduto a rivedere le rendite delle abitazioni
poste in luoghi di pregio del loro territorio, il problema è essenzialmente tutto loro, in quanto una
legge finanziaria di alcuni anni fa (se non ricordo male, il comma 336 della legge n. 311 del 2004),
dava la possibilità agli enti locali di fare una mappatura dei propri territori e obbligare
sostanzialmente i cittadini ad uniformare le proprie rendite catastali, altrimenti potevano incaricare
l’Agenzia del territorio che con proprio tariffario faceva d’ufficio l’accatastamento. Quindi, il
problema è tutto dell’ente che non ha provveduto e che non deve ulteriormente caricare le casse
dello Stato di questa responsabilità.
Eliminare l’ICI sulla prima casa, quindi, è un’azione sacrosanta che va di pari passo con la norma
successiva, che stabilisce la possibilità di rivedere e di abbassare la rata del mutuo a tasso variabile
acceso per l’acquisizione della prima casa.
In ordine all’esenzione ICI di tutti i comuni che non ricevono, secondo taluni, i trasferimenti dallo
Stato perché grazie alle loro capacità hanno abolito totalmente l’ICI nei propri territori, è stato citato
l’esempio del comune di Brescia che (se non erro) ha avuto la possibilità di abolire l’ICI sulla prima
casa nel proprio territorio proprio perché conta sui dividendi di un’aziende municipalizzata – se non
sbaglio di 30-40 milioni di euro annui – derivanti dalla virtuosità, non tanto del comune e dei suoi
amministratori, ma dei cittadini che pagano le bollette emesse per i servizi resi.
Quindi, ritengo che da alcuni comuni d’Italia le bollette sono emesse, i cittadini le pagano, i servizi
vengono resi e la spazzatura non è in giro per le strade, ma è raccolta e smaltita come dovrebbe
avvenire normalmente in tutte le città.
Anche la previsione di abbassare la rata del mutuo a tasso variabile contribuisce a tutelare la
proprietà della prima casa, in quanto è un bene fondamentale e anche ciò rappresenta un’iniziativa a
difesa delle famiglie e delle fasce più deboli. Si prevede, dunque, la stipula di una convenzione tra il
Ministero dell’economia e delle finanze e l’Associazione bancaria, aperta alla adesione delle banche
e degli intermediari finanziari, al fine di definire i criteri e le modalità di rinegoziazione dei mutui
contratti per l’acquisto, la costruzione e la ristrutturazione dell’abitazione principale, che consenta
una pianificazione finanziaria più soddisfacente per i mutuatari. La rinegoziazione, infatti, è volta
ad assicurare la riduzione dell’importo della rata del mutuo che rimane fisso per tutta la sua durata,
pari a quello risultante dalla media dei tassi applicabili nel 2006, al fine di rendere più contenuto e
costante l’onere per il mutuatario fino alla scadenza del mutuo.
Taluni, anche con riguardo a questa misura, ci criticano perché sostanzialmente per legge non
abbiamo eliminato i mutui a carico dei cittadini che hanno sottoscritto l’impegno nei confronti degli
istituti creditori.
Penso, però, che siamo tutti maggiorenni e sappiamo che le banche non regalano soldi a nessuno, né
si può pensare che il Governo possa costringerle a farlo. Pertanto, questo è l’unico modo per
alleggerire le difficoltà che attualmente hanno molti cittadini, che non ce la fanno più a pagare la
rata di mutuo a tasso variabile, viste le nuove realtà economiche mondiali derivanti da fattori esterni
e internazionali.
Quindi, il compito della politica è riuscire a creare le condizioni affinché i cittadini riescano a
mantenere la proprietà della propria abitazione comprata con mutui a tasso variabile. Il problema di
fondo, infatti, è evitare che i cittadini non riescano a pagare il mutuo; ebbene, se accederanno a
questa convenzione, pagheranno il mutuo per un tempo più lungo, ma avranno la possibilità di non
vedersi tolta, perché ipotecata, pignorata e quindi messa all’incanto, la propria abitazione. Quindi,
questo è l’unico buon risultato che il Governo avrebbe potuto e sta ottenendo attraverso la
conversione in legge di questo decreto-legge.
La terza parte del decreto-legge, relativa soprattutto alla necessità di rilanciare il volano
dell’economia, tratta la defiscalizzazione del lavoro straordinario, per lasciare più soldi in busta
paga ai lavoratori. Questa misura – mi onoro di far parte della Lega Nord – fu lanciata come
proposta addirittura al primo congresso a Pieve Emanuele nel febbraio del 1991.
Sono passati diciassette anni e oggi è diventata una realtà con l’articolo 2 del decreto-legge. Non si
tratta di una detassazione definitiva e completa, perché la misura si applica in via sperimentale, per
il periodo dal primo luglio 2008 al 31 dicembre 2008, solo per i lavoratori dipendenti del settore
privato e perché rimane un’aliquota sostitutiva fissa del 10 per cento, invece del 27 o del 38 per
cento, a seconda del reddito annuale, che non deve superare i 30 mila euro, e per un importo
massimo di 3 mila euro di lavoro straordinario.
Siamo comunque di fronte a un primo passo significativo, che permetterà ai lavoratori di
guadagnare probabilmente fino a 1000 euro netti in più all’anno. Il nostro auspicio è che la
detassazione diventi quanto prima completa, senza alcun tetto di reddito e di importo di lavoro
straordinario, perché così le famiglie monoreddito non verranno penalizzate e i lavoratori potranno
recuperare in parte la perdita del potere d’acquisto subita in questi anni nelle loro buste paga.
Auspichiamo, inoltre, che il provvedimento venga esteso anche ad alcune categorie del pubblico
impiego, come gli infermieri, le forze di pubblica sicurezza, le guardie carcerarie e i vigili del
fuoco, che sono notoriamente mal pagate, carenti di organico e, perciò, costrette a sobbarcarsi molte
ore di lavoro straordinario, per garantire la continuità del servizio pubblico.
Infine, per quanto riguarda le coperture derivanti sostanzialmente da riduzioni di autorizzazioni di
spesa, noi, come Lega Nord, siamo ovviamente favorevoli.
Su questo punto, commentiamo positivamente, innanzitutto, l’emendamento proposto dai relatori,
che praticamente va a rimpinguare alcuni capitoli che facevano parte del decreto-legge originario.
Sottolineo, fra gli altri, l’intervento a favore della settore apistico, le spese per la piena operatività
degli incentivi alle imprese di autotrasporto (sono tutti capitoli rimpinguati e sostituiti da altri, poi
vedremo quali), l’intervento a favore dei campionati di ciclismo di Treviso, le infrastrutture per la
mobilità delle fiere, il piano nazionale contro la violenza alle donne – che prima è stato accennato in
Aula, ma fa già parte degli emendamenti proposti dai relatori -, il fondo di solidarietà per i mutui
per la prima casa.
Come è stato ricordato in quest’Aula, ad esempio, credo che rispetto alla metropolitana di Torino,
che è decisamente importante per un piemontese come il sottoscritto, ma che era datata 2010, sia
più importante finanziare il piano nazionale contro la violenza alle donne o il fondo di solidarietà
per i mutui prima casa, per poi rimpinguare il capitolo per le infrastrutture di Torino l’anno
prossimo.
Quindi, in questo senso non vi è alcun pericolo. Devo, altresì, ricordare che, a mio personale avviso,
una delle coperture simboliche, che sono la scintilla che farà accendere la fiaccola del federalismo
fiscale, è il venir meno dei 10 milioni di cui al comma 408 dell’articolo 2 della legge finanziaria per
il 2008, per il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia.
Secondo me è questo un buon viatico per riuscire a realizzare il federalismo fiscale.
In conclusione, anche sulle coperture finanziarie, noi della Lega Nord siamo stati sollecitati a
chiarire cosa avremmo fatto se queste fossero state costituite grazie ad alcuni capitoli tolti a
infrastrutture o a investimenti del nord. Le promesse fatte al nord normalmente vengono disattese.
Si tratta di un assunto purtroppo ormai troppo consolidato tanto che la Lega Nord si è candidata con
il proprio simbolo e ha ricevuto molti voti proprio perché vuole rappresentare e risolvere il
problema della questione settentrionale. Basta con le promesse non mantenute per i problemi del
nord!
Nel suo complesso, quindi, esprimiamo un giudizio più che positivo sul decreto-legge in esame che
incorpora in sé la concretizzazione delle proposte politiche che la Lega Nord da anni propone alla
politica italiana, sempre tesa alla difesa della famiglia, dello sviluppo economico, della società.
Ricordiamoci, soprattutto, che andremo ad approvare un provvedimento, quale quello che oggi in
discussione, che pone una minore tassazione a carico di cittadini (Applausi dei deputati del gruppo
Lega Nord Padania).

 

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