Ok stop paradisi fiscali, ma anche supply chain sostenibile • Roberto Simonetti

Ok stop paradisi fiscali, ma anche supply chain sostenibile

Inserita martedì, 8 Giugno 2021 | da: roberto simonetti
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La recente intesa raggiunta al vertice G7 di Londra fra i ministri delle finanze di Usa, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Canada inerente l’apposizione di una aliquota minima al 15% nella tassazione delle imprese multinazionali a livello mondiale è un tassello fondamentale per ottenere una maggiore equità e giustizia sociale per i cittadini e le imprese territoriali che producono Made in Italy.

Il risultato del G7, successivamente da sottoporsi ai tavoli del G20 ed ai Paesi componenti l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, dà soddisfazione a tutti coloro che vedono nelle multinazionali con sede in paradisi fiscali dei concorrenti sleali al loro sviluppo imprenditoriale ed economico. Ecco quindi che questa corporate tax, imposta globale sui profitti di impresa al 15% verso tutti e da applicarsi nei paesi in cui viene effettuata la vendita, porta ad una solidarietà fiscale diffusa combattendo l’elusione fiscale ora ingiustamente permessa e costituirà inoltre una entrata non indifferente per le casse pubbliche di ogni stato, ipotizzandosi per l’Italia un maggiore introito di quasi 3 miliardi all’anno.

A queste norme tributarie a mio avviso devono però essere aggiunte anche altre norme etiche, di impresa etica, sempre nell’ottica di migliorare la sostenibilità imprenditoriale e di difesa delle economie locali da sempre nel mirino della globalizzazione e della concorrenza sleale derivanti dalle delocalizzazioni produttive nei paesi in via di sviluppo.

Bene quindi una tassazione minima comune delle multinazionali sui luoghi di produzione del reddito e non solo presso le sedi nei paradisi fiscali ma da accompagnarsi ad un controllo formale della loro catena di approvvigionamento, la cosiddetta supply chain, affinchè questa non sia in contrasto rispetto ai diritti umani, ambientali ed economici nella gestione della catena di distribuzione, con particolare riferimento al lavoro forzato, al lavoro minorile, alle condotte discriminatorie, alla libertà di associazione, alle disposizioni in materia di sicurezza sul lavoro, alle condizioni igienico-sanitarie sul luogo di lavoro, ai danni alla salute causati da inquinamento dell’acqua, del suolo dell’aria, agli atti di concorrenza sleale. Tutte problematiche non ancora risolte in quei paesi ove con maggior intensità le multinazionali occidentali hanno delocalizzato le loro produzioni consentendole, a scapito dell’ambiente e dei lavoratori, di poter spuntare prezzi più vantaggiosi al prodotto finito da vendere quasi sotto costo al mondo intero.

Ecco perché mi preme dibattere sulla possibilità che venga prevista una due diligence per le grandi imprese  riferita alla loro catena di approvigionamento affinchè  vi sia non solo un controllo fiscale ma anche di fair trade, volto sia alla concorrenza leale che al loro contributo positivo per il progresso economico, ambientale e sociale globale mediante la salvaguardia in ogni luogo del mondo dei diritti dei lavoratori, dei diritti umani, a favore dell’ambiente e dei consumatori finali.

Creare un nuovo modello socioeconomico sostenibile aumenterebbe la competitività delle nostre filiere produttive nei mercati: una maggiore tracciabilità e affidabilità nei processi di produzione garantisce infatti una maggiore trasparenza, aiutando gli investitori ad allocare i propri fondi verso le imprese rispettose dei diritti rispetto alle altre, incrementando così la consapevolezza del valore intrinseco del Made in Italy, rendendo le nostre aziende maggiormente competitive e disincentivando le politiche di delocalizzazione dei processi produttivi delle multinazionali in Paesi che operano contrariamente ai diritti umani ed ambientali.

La Lega su questo argomento è molto sensibile e sta lavorando per depositare un testo di legge. Molte sono le iniziative in questo senso intraprese nel vecchio continente: la Germania, per esempio, ha introdotto una normativa sull’obbligo di vigilanza in materia di diritti umani (cd. Lieferkettengesetz o Supply Chain Act), attualmente in corso di revisione al Parlamento tedesco.

L’Unione Europea sta valutando di rendere la due diligence della catena di approvvigionamento da volontaria a obbligatoria  attraverso l’emanazione di una nuova direttiva sui diritti umani obbligatori, sull’ambiente e sulla buona governance finalizzata alla responsabilità aziendale.

Il biellese non potrebbe che averne beneficio.

Sta anche ai singoli territori far sentire la propria voce.

Roberto Simonetti


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