Simonetti:la povertà si combatte diversamente del 11.06.16

Inserita martedì, 12 luglio 2016 | da: roberto simonetti
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ROBERTO SIMONETTI, Relatore di minoranza per la XI Commissione. Grazie, Presidente. Noi non abbiamo aderito a questa relazione di maggioranza su questa delega al Governo su queste materie che sono la misura nazionale di contrasto alla povertà, il riordino delle prestazioni di natura assistenziale e il riordino della normativa in materia di sistemi, interventi e servizi sociali, per una serie di motivazioni che sarò qui ad elencare. Innanzitutto fortunatamente abbiamo risolto il problema della razionalizzazione delle prestazioni pensionistiche in modo tale che questa di natura previdenziale è stata rimossa dopo una serie di contrasti che, sia in Parlamento che all’esterno del Parlamento, sono arrivati alle orecchie del Ministro e del Ministero, tanto che c’è stato anche un emendamento da parte del Governo, che tra l’altro era anche extra delega, diciamo così, già all’inizio perché nel testo della legge di stabilità si parlava di una razionalizzazione delle prestazioni di natura assistenziale e non già allora previdenziali. Quindi c’è stata una forzatura voluta, nel trasporto del comma, se non sbaglio 388 dell’articolo 1 della legge di stabilità, alla stesura della legge delega; il Governo volle inserire quella parte legata alla previdenza che fortunatamente poi è stata espunta, visto il grande contrasto sia parlamentare, delle minoranze e di parte della maggioranza, che esterno a questo Parlamento su questa iniziativa. Per quanto riguarda le quantificazioni è già stato ricordato che sono 600 milioni per quest’anno, di cui però già 220 non legati a questo Fondo per la lotta al contrasto alla povertà, ma destinati al rifinanziamento dell’assegno di disoccupazione, mentre per l’anno prossimo è previsto 1 miliardo, a decorrere dal 2017. Il discorso è che però, se facciamo delle divisioni rispetto ai dati che l’Istat purtroppo ci fornisce, ossia nel 2014 sono 1 milione e mezzo le famiglie residenti, il 5, quasi 6 per cento, del totale che vivono in condizione di povertà assoluta, quindi si sono moltiplicate quasi per 4,4 milioni le persone che vivono in una situazione di povertà assoluta, se noi dividiamo queste cifre per 1 miliardo, vediamo che sono 680 euro all’anno per famiglia e, se dividiamo invece per 4 milioni 1 miliardo, fa 250 euro all’anno che, diviso per 365, sono 0,69 centesimi, che sono decisamente meno dei 35 euro che al giorno, si spende per l’accoglienza dei clandestini. Quindi voglio dire che la vita e il valore sociale di un cittadino indigente probabilmente vale 0,70 euro al giorno, contro i 35 di chi scappa forse da una guerra. Tra l’altro, per quanto riguarda le risorse per implementare questo Fondo di 1 miliardo che, a detta della Conferenza unificata delle regioni, dovrebbe essere almeno di 7 miliardi per riuscire ad avere i LEP così come si dovrebbe prevedere, così come le quantificazioni che vengono dai servizi studi delle regioni dicono che non sono sufficienti 7 miliardi aggiuntivi rispetto alla spesa attuale, aggiungerne solo uno è ovviamente un passo in avanti ma non è un passo risolutivo. È chiaro che non è attraverso la razionalizzazione, che poi si è trasformata in un riordino, delle prestazioni assistenziali che si riuscirà ad implementare questo Fondo di un miliardo quindi sarebbe interessante che la maggioranza ci dica dove andrà a prendere ulteriori risorse aggiuntive perché dal riordino non arriverà nulla. Io spero che ne arrivi il meno possibile perché razionalizzare prestazioni assistenziali significava fare una guerra fra poveri, andare a togliere a chi già riceveva qualcosa ma che comunque doveva essere sempre in una situazione di indigenza. Per l’accesso ai benefici, un’altra delle problematiche che evidenziamo è sui controlli. Innanzitutto la delega partiva dal concetto di universalismo selettivo alla prova dei mezzi, poi si è arrivati solamente all’universalismo, alla prova dei mezzi e poi vediamo che prova dei mezzi. Io sono contrario a togliere il selettivo, io sono contrario perché io non condivido che si debba fare un provvedimento a pioggia anche perché altrimenti si potrebbero avvantaggiare anche chi non si posiziona nei decili inferiori della distribuzione, quindi un’erogazione del beneficio universale comporterebbe anche benefici per le classi medio-alte di questa purtroppo classifica sempre più numerosa. Noi non consideriamo quindi l’universalismo una bontà, non lo consideriamo anche perché questo può portare a una sorta di reddito di cittadinanza anche per chi non fa nulla per vivere e noi siamo completamente contrari a questo modello di società in cui il pubblico deve tutto, anche a chi non si prodiga a trovarsi un lavoro, a uscire da questa situazione di indigenza. Se non scatta il desiderio di essere imprenditore di sé stesso, significa che lo Stato ha fallito. È chiaro che frauna visione come quella del MoVimento 5 Stelle, in cui lo Stato deve dare tutto, e una visione del laissez-faire, della mano libera del mercato e dei liberisti c’è una via di mezzo che è quella di cercare di sviluppare il senso sia civico che imprenditoriale dei cittadini in modo tale da dare la possibilità, attraverso strumenti adeguati, di poter essere anche loro partecipi alla vita produttiva del Paese, perché non esiste il diritto universale e il diritto individuale soprattutto nel reddito minimo di cittadinanza. L’articolo 36 della Costituzione dice che il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro, non che deve restare a casa ed essere retribuito perché sta a casa. E quando il comma della Costituzione termina con «in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa» fa riferimento alla retribuzione, non a una prebenda così che gli piove addosso senza nessuna contropartita. Quindi non si risolve con il reddito minimo il problema della povertà, ma con l’implementazione dei posti di lavoro, del PIL, della ricchezza, della crescita. Quindi probabilmente bisognerebbe puntare molti più fondi anche sulla partita della crescita dell’economia di questo Paese. Quando poi avete toccato la parte della prova dei mezzi, avete indicato l’ISEE e c’è stato un po’ di dibattito in Commissione; io ho evidenziato che sarebbe stato importante prendere solo una parte dell’indicatore della situazione economica equivalente, quella legata al reddito e non quella legata al patrimonio. La risposta che ho ricevuto è stata quella di aggiungere nel testo «ed eventualmente le sue componenti». Io avrei aggiunto una parte in più, «alle sue singole componenti», in modo tale da dare la possibilità al Governo di scegliere solo la parte reddituale non patrimoniale, perché ricordo all’Aula ma soprattutto a me stesso che con i mattoni, se non sono investiti e se non danno reddito, non ci si può cibare. Quindi, se uno ha una casa di proprietà…lei mi sorride, relatrice, però il problema di fondo è che con i mattoni non si mangia, si può mangiare se sono affittati e se danno reddito, ma se è solo patrimonio, mangiarsi la calce non dà sussistenza alimentare. Noi siamo contrari alla delegazione perché è un metodo al quale questa maggioranza purtroppo ci ha abituati – non siete i primi, probabilmente non sarete neanche gli ultimi – però io credo si debba sottolineare il ruolo centrale del Parlamento su questi argomenti; avremmo potuto benissimo fare una legge direttamente noi senza delegare, in maniera così ampia e indistinta al Governo, di decidere per quello che avremmo potuto già decidere noi, perché noi abbiamo di fatto dato mandato al Governo di definire la misura del contrasto alla povertà, i beneficiari, il beneficio economico, i servizi alla persona, le verifiche, i controlli, praticamente tutto è stato dato alla volontà e alle specificità del Governo. Tra l’altro questa delega dura sei mesi; bisogna mettere d’accordo quattro Ministeri – lavoro, economia, pubblica amministrazione e salute – c’è l’estate, poi nei sei mesi ci saranno le feste di Natale, mancano tre-quattro mesi, io credo che il Governo avrà difficoltà ad attuare. Allo stesso modo anche il caos applicativo sull’organizzazione dei servizi sociali: voi parlate di un’équipe multidisciplinare in cui negli ambiti territoriali si vada a intervenire sui progetti personalizzati, però, a livello territoriale, non si capisce più chi gestisce, a valle della legge Delrio e della costituzione dell’ANPA, i servizi per l’impiego, la formazione e le politiche abitative, ci sono tutte le ATC in fallimento su tutto il territorio, l’istruzione; non si capisce più se sono le province, i comuni, le regioni cioè c’è una sostanziale confusione, che ovviamente farà rallentare tutto questo percorso.
C’è la volontà di centralizzare, un’altra delle differenze che ci sono nella nostra visione rispetto alla vostra: noi avremmo voluto fare più misure, avevamo presentato anche emendamenti per le misure regionalizzate e non volte ad una centralizzazione: più ci si allontana dai problemi e meno si risolvono i problemi; voi allontanate tutto dai territori sia dal punto di vista…
PRESIDENTE. Dovrebbe concludere onorevole.
ROBERTO SIMONETTI, Relatore di minoranza per la XI Commissione. Sì, un secondo e concludo, grazie Presidente. Anche con la riforma costituzionale togliete deleghe alle regioni per darle allo Stato, con l’ANPAL togliete potere ai territori per centralizzare al Ministero; la cabina di regia: tutto sui servizi sociali e tutto al Ministero.
È chiaro che noi avremmo anche voluto che questa misura fosse fatta esclusivamente per i cittadini italiani o comunitari o extracomunitari residenti in maniera stabile e continuativa sul territorio nazionale da almeno 5 anni, così come ha stabilito anche la Corte di giustizia europea in riferimento alla limitazione che in Gran Bretagna è stata fatta per l’accesso alle prestazioni sociali ed agli assegni familiari, affinché là potessero essere solo dati per i cittadini europei, in modo tale da poter proteggere le proprie finanze.
Fatta così, chiaramente, questa è una legge delega che non risolve il problema, che impoverisce ulteriormente il Paese e che toglie chiaramente la possibilità di risolvere il problema, perché centralizza tutto a scapito dei territori

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