Sulla politica europea dell´Italia del 25/01/2012

09/06/2012 alle 07.06

ROBERTO SIMONETTI. Signor Presidente, il tema all’ordine del giorno è il rapporto dell’Italia nei confronti dell’Unione europea, in riferimento soprattutto a specifici interventi da porre in essere per la risoluzione della crisi economica che ha travolto non solo l’Europa ma l’intero sistema economico occidentale. Il tema è veramente importante quindi immaginavo una partecipazione parlamentare, ma sicuramente una partecipazione governativa maggiore rispetto a quella attuale. È chiaro che innanzitutto vanno definite le cause che hanno portato alla crisi: un sistema economico basato essenzialmente sulla finanza creativa delle banche, sulla speculazione economica sui derivati, sugli investimenti ad alto rischio piuttosto che su politiche economiche a favore dell’imprenditoria, del manifatturiero e dell’impresa. Il crack Lehman Brothers ne è sia l’emblema che l’inizio. L’Europa poi ha unito in sé, attraverso la moneta unica, sistemi economici completamente differenti, con potenzialità economiche diverse. Nel caso specifico italiano abbiamo un problema in più, perché l’economia nazionale racchiude in sé due diversi e sostanzialmente differenti sistemi economici, l’uno più che europeo, quello padano, e l’altro difficilmente definibile, quello del sud. Ciò ha portato ad una fragilità della moneta unica tanto che alcuni istituti bancari, nelle loro opzioni di vendita dei titoli e delle azioni per la loro capitalizzazione, indicano anche il rimborso di quella liquidità in una divisa diversa dall’euro. Una fragilità eliminabile con la creazione di una piattaforma territoriale ed economica omogenea in cui l’euro è la divisa ufficiale. Investimenti – dicevo – che hanno portato il sistema bancario a riempire i propri forzieri di «titoli fantoccio» che hanno reso fragile le loro fondamenta. Queste difficoltà ora, però, si riversano sulle famiglie e sulle imprese perché i fondi pubblici a loro dedicati o le garanzie statali a loro dedicate non vengono adoperati per fornire maggior credito all’imprenditoria ma vengono utilizzate per la capitalizzazione in funzione dei nuovi e più restrittivi parametri di Basilea 3. Speriamo che tale ricapitalizzazione non avvenga attraverso liquidità straniera, pena la «colonizzazione» della nostra economia. Si parla molto di autodeterminazione ma le ultime iniziative economiche sono state dettate da fonti internazionali, non votate dai cittadini, espressione talvolta di singole lobby economiche piuttosto che di reali volontà popolari. Il tema quindi della sovranità nazionale è un tema forte, essenziale, e dovrà essere risolto in maniera inequivoca. Lega Nord da sempre chiede che si passi attraverso referendum popolari ogni qual volta si debbano cedere quote di sovranità nazionale a favore di questa entità europea molte volte eterea e non concreta. Di più, il trattato intergovernativo che il Governo si appresta a sottoscrivere elude quella poca sovranità popolare che è intrinseca al Parlamento europeo e alla Commissione europea. Difatti si sottoscriverà un accordo senza consentire agli organi europei di poter affermare la propria potestà, mettendo in serio dubbio la possibilità degli organi costituzionali europei – come per esempio la Corte di giustizia – di intervenire in merito all’applicazione dello stesso. Chi in quest’ultimo periodo ha mai sentito parlare di interventi del Presidente Barroso oppure del Parlamento europeo? Nessuno ha sentito parlare di questi, perché abbiamo solo seguito ed inseguito le volontà di due Presidenti (Merkel e Sarkozy) che in solitaria hanno deciso le sorti di 27 Paesi europei. Ciò non è più sopportabile e conseguibile. Questa perdita di sovranità popolare e la perdita dell’indipendenza monetaria vanno di pari passo. Il problema della moneta unica su base di economie diverse sta implodendo. L’euro forte, l’euro applicato ad economie internazionali profondamente diverse, rende non competitiva la nostra economia, soprattutto quella padana che si vede costretta a subire la concorrenza straniera senza avere la possibilità di movimento e di intrapresa. Dobbiamo far sì che le manovre anticrisi giustamente richieste dall’Unione europea non si traducano semplicemente in maggiore tassazione per il raggiungimento del pareggio di bilancio. Se è ovvio che il rapporto debito/PIL si può ridurre sia riducendo il debito, sia aumentando il PIL, è altrettanto ovvio che creando recessione attraverso le vostre manovre economiche e non riducendo il debito (perché nulla è stato impostato dal Governo Monti per la riduzione della spesa pubblica) il sistema produttivo padano risentirà pesantemente di questa situazione economica. La prima manovra Monti sta creando recessione. Lo vediamo su tutti i giornali, e tutte le manifestazioni di questi giorni vanno in quella direzione. Aspettiamo la seconda fase, quella delle liberalizzazioni che è un tema importante per la crescita del PIL, ma queste non possono ridursi ai tassisti o alle libere professioni. Bisogna toccare i temi dell’energia, dei servizi pubblici, dei trasporti, dei servizi bancari, di quelli autostradali, che sono i temi importanti che bisogna affrontare, sui quali bisogna mettere il dito, andando a colpire i veri monopoli statali e non quelli delle povere persone che continuano a dover subire i soprusi di questo Governo fatto di lobby e (ovviamente) di conflitti di interesse. Abbiamo idee nuove e importanti per la costruzione di un’Europa veramente dei popoli, veramente inclusiva e competitiva, un’Europa costituita da territori con dimensione ottimale in base alle loro aree produttive, arrivando al superamento delle logiche economiche degli Stati nazionali, per giungere alla creazione delle euroregioni affinché i territori abbiano le possibilità di crescere imprenditorialmente ed economicamente. Se moneta unica deve essere – Presidente – lo sia per territori economicamente omogenei (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania

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