Dichiarazione voto finale DL 65 indicizzazione pensioni del 01.07.15

Inserita giovedì, 2 luglio 2015 | da: roberto simonetti
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ROBERTO SIMONETTI. Signor Presidente, questo decreto-legge è composto da più parti, da sette articoli. È chiaro che, se fosse stato un disegno di legge, con una votazione separata articolo per articolo, noi avremmo votato favorevolmente agli articoli dal 2 al 7, proprio perché comunque trattano argomenti che non possono che essere condivisibili, come il rifinanziamento del Fondo sociale dell’occupazione e la formazione, gli ammortizzatori sociali in deroga, i contratti di solidarietà, il coefficiente sul montante contributivo, così come le procedure sul pagamento dell’INPS, e anche l’emendamento della Commissione è stato accolto favorevolmente dalla Lega Nord, che prevedeva maggiori fondi per gli accordi di crisi aziendale e della cessazione dell’attività. Il problema dove nasce per il voto contrario del nostro movimento a questo decreto-legge ? Nasce per l’articolo 1, per come voi avete affrontato la sentenza della Corte costituzionale, che dava dignità politica ed economica ad una situazione che, a seguito del decreto-legge «salva Italia» del 2011, aveva portato i pensionati italiani a non vedersi indicizzate le loro pensioni per gli anni 2011 e 2012. Noi lo avevamo detto e non avevamo votato quel provvedimento. La Corte costituzionale ha detto che è da ritenersi incostituzionale il comma 25 dell’articolo 24 del decreto-legge «salva Italia», che era propedeutico al risanamento dei conti pubblici, secondo una teoria che noi non condividiamo, che non abbiamo condiviso allora e non condividiamo oggi, che è quella di riuscire ad ottenere minori spese non andando a tagliare gli sprechi e andando a tagliare la spesa improduttiva, ma andando a tagliare, su vostra decisione, su vostra iniziativa, quelle spese che invece avrebbero creato volano all’economia, che erano appunto le indicizzazioni per le pensioni in essere. 

Noi, su questo provvedimento, abbiamo anche chiesto e voluto far votare l’Aula parlamentare in merito all’incostituzionalità, perché noi riteniamo, comunque, incostituzionale questo decreto-legge n. 65 del 2015. Infatti, noi vediamo leso il combinato disposto degli articoli 36, 38 e 3 della Costituzione, perché il mancato ripristino del meccanismo di rivalutazione ex lege n. 388 del 2000, violando il principio di proporzionalità tra pensione e retribuzione e quello di adeguatezza della prestazione previdenziale, altera i principi di uguaglianza e ragionevolezza, causando un’illogica discriminazione in danno della categoria dei pensionati.
Infatti, voi all’articolo 1 prevedete sì un rimborso in funzione della sentenza, ma è un rimborso completamente parziale, un rimborso completamente riduttivo rispetto a quanto si prevedeva ante legge Fornero, in base, appunto, alla legge n. 388 del 2000, che dava delle quote percentuali nettamente maggiori rispetto a quelle che voi date, che sono veramente basse: 40, 20 e 10 per cento rispetto alle diverse fasce dalle tre alle sei volte al minimo di retribuzione mensile.
Il problema che voi evidenziate è quello dello sforamento del rapporto deficit/PIL del 3 per cento; rapporto che ci viene imposto dalla Commissione europea, dai Trattati internazionali europei, dalla macroeconomia europea. Sono parametri che, però, furono scritti in altre epoche;
furono scritti in periodi storici e economici completamente diversi rispetto a quelli attuali; furono scritti quando non vi era un controllo sostanziale della spesa pubblica e, soprattutto, non vi era una competizione economica mondiale come quella che si è creata negli ultimi anni attraverso la globalizzazione, che ha portato, addirittura, attraverso il fallimento, la bolla economica americana, alla crisi sostanziale, alla crisi economica, non più congiunturale, ma strutturale, che il territorio europeo e l’economia europea vive.
Quindi, quei parametri sono, di fatto, obsoleti, bisognerebbe contestualizzarli, e contestualizzarli anche in un periodo storico-economico come quello attuale che vede un Paese dell’Unione europea, la Grecia, prossimo – probabilmente, è una delle possibili soluzioni alla crisi greca – all’uscita dall’euro. Comunque, a prescindere dall’esito del referendum di domenica, occorre mettere mano in sede europea alle politiche di austerità che stanno attanagliando il progresso economico dell’intero continente.
Tutti gli Stati e tutte le economie europee retrocedono tranne una: quella tedesca, che, addirittura, fa un avanzo, è in surplus, e nessuno la sanziona. Tutti guardano, sostanzialmente, alla Grecia e, poi, guarderanno all’Italia. Il Presidente Renzi è venuto su questi banchi del Governo a dirci che il Paese Italia non è più sotto interrogatorio da parte della Commissione europea e non fa più parte degli alunni discoli della classe in cui la Merkel fa la professoressa; sostanzialmente, ci dice che, quindi, i conti sono a posto, che le riforme sono fatte, che l’Italia è strutturalmente e organizzativamente migliore.
Ma, allora, dico: se, effettivamente, queste riforme che il Presidente Renzi millanta sono concrete, sono vere, sono costruttive, producono effetti positivi per l’economia, perché, allora, ritornare a chiudersi nell’austerità e all’interno dei parametri che ci vincolano e ci hanno vincolato alla mancata crescita, come quello del 3 per cento ?
Se il Paese, secondo Renzi, effettivamente, è in grado di essere maggiormente competitivo, perché allora non è andato in Europa proprio in questa fase politico-economica in cui vi era la possibilità di insinuarsi all’interno del dibattito Grecia-Commissione europea ? Commissione europea che, tra l’altro, purtroppo, era rappresentata esclusivamente da due leader, un leader e mezzo, diciamo: dalla Merkel e da Hollande. Solo Germania e Francia, con l’ausilio della Francia, hanno determinato delle scelte che, molto probabilmente, avranno delle ripercussioni negative su tutto il continente e, soprattutto, sul nostro Paese.
All’interno di questo dibattito l’Italia era stata completamente assente, è stata completamente assente, se non per qualche tweet o qualche telefonata che abbiamo letto sui giornali nazionali, che il Presidente del Consiglio ha fatto sia a Tsipras, sia alla Cancelliera tedesca e al Presidente francese.
Io avrei preferito che il Paese si fosse inserito in questo dibattito per cercare innanzitutto una soluzione che non portasse a una crisi dagli scenari oscuri e imprevedibili; e successivamente mi sarei inserito in questo dibattito per far sì che questo Paese, l’Italia, avesse la possibilità di trovare delle soluzioni che andassero bene anche a lei. Quindi, il superamento, per esempio, del Patto di stabilità e crescita.
Ricordo che nelle primarie lanciavano sempre degli slogan, quelli del Partito democratico, e Renzi è un mago degli slogan. Ha coniato il «patto di stupidità e crescita». Quando c’è da raccogliere voti, crea degli slogan che sono anche efficaci e si sono rivelati efficaci alle elezioni europee; poi, però, quando è seduto al tavolo del Governo, scodinzola come un cagnolino alla corte della Merkel e non ha più rivendicato appunto la stupidità di questo Patto di stabilità, anzi, addirittura qui, con questo provvedimento, ne rivendica la bontà, perché la spesa per i soldi che voi avete restituito ai pensionati va a colmare il gap che c’è fra il deficit previsto, 2,6 per cento, portandolo al 2,8, che è il limite massimo consentito per evitare la procedura di infrazione.

Io avrei fatto esattamente il contrario: avrei dato il 100 per cento e sarei salito a Bruxelles per modificare quel parametro in modo tale da creare un volano di maggiore spesa, data appunto dalla maggiore liquidità che i pensionati avrebbero avuto nelle loro tasche, anche per poter riuscire a vivere in una maniera più decorosa.
Un voto, quindi, convintamente contrario a questo provvedimento, non tanto per gli articoli dal 2 al 7, dei quali, come ho ricordato, rivendichiamo anche noi non dico la paternità, ma un commento positivo; ma il voto è contrario perché la mancata indicizzazione totale ai pensionati è di nuovo un colpo, non dico mortale, ma comunque offensivo, verso coloro che sono stati utilizzati, lavoratori e pensionati, soprattutto padani, per far quadrare i conti di questo Stato.
Dovete tagliare le spese dei ministeri, invece di tagliare le pensioni agli italiani (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord e Autonomie-Lega dei Popoli-Noi con Salvini).

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